FORME DI PIANO
Curatrici: Giulia Fini, Alessandra Marin

Lungo i suoi 90 anni, l’INU ha accompagnato la produzione dei piani urbanistici in diverse forme: partecipando alla costruzione dei provvedimenti legislativi, favorendo il dibattito culturale e l’innovazione degli strumenti, diffondendo attraverso le pubblicazioni e la rivista Urbanistica le buone pratiche e i piani esemplari, molti dei quali prodotti dai suoi migliori protagonisti.
In questo ampio insieme di materiali ed esperienze, si propongono alcune immagini di piani che rappresentano il cammino svolto insieme dall’INU e dal Paese, concentrando l’attenzione sui piani regolatori comunali realizzati dal secondo dopoguerra in poi, che hanno affiancato la ricostruzione, la crescita e le istanze di modificazione delle nostre città.
I piani sono lo strumento principale delle amministrazioni locali per intervenire nel corpo vivo della città, definendo (in accordo prima col Ministero dei LL.PP. e dagli anni ’70 con le Regioni) le regole e le modalità per la sua costruzione e trasformazione: le scelte sull’uso dei suoli, le strategie per dare forma alla mobilità locale, alle trame ambientali, alle attrezzature collettive e ai servizi, fino agli interventi minuti nei tessuti urbani.

PIANI PER LE CITTÀ IN CRESCITA

La stagione degli anni ’50 e ’60 è contrassegnata dall’affermarsi del piano come strumento dedicato alla razionalizzazione e regolazione dell’espansione urbana. In questa fase l’INU segnala alle autorità politiche e amministrative i temi per lo sviluppo dell’azione di governo attraverso lo strumento del Piano Regolatore Generale (PRG, definito dalla L.1150/1942) come testimonia la rassegna di piani proposta al Congresso INU di Genova del 1954.
Queste esperienze si basavano sull’azzonamento quale strumento guida e, nei casi migliori, ambivano a definire nuove relazioni di scala territoriale e modi innovativi di funzionamento dell’organismo urbano. Nel contesto del boom economico, nei piani per le città capoluogo, si rendeva necessario individuare le direttrici di crescita: è il caso del PRG di Roma (1962, Fig. 1) dalla lunga e contrastata gestazione, che vede l’INU e Piccinato tra i suoi protagonisti, prima nella fase di elaborazione, poi nella critica alle successive scelte politiche. Il piano è segnato da idee innovative come il Sistema Direzionale Orientale (SDO), ma anche da un forte sovradimensionamento e dall’incapacità di opporsi ai meccanismi della rendita preponderanti. 

TUTELARE PATRIMONI E PAESAGGI

Al contempo, il piano deve affrontare il tema dell’intervento sul patrimonio storico e paesaggistico, della sua tutela e valorizzazione, sia quando soggetto a fenomeni di degrado sia, al contrario, a pressioni legate alla impetuosa crescita urbana. L’esperienza di Astengo ad Assisi (1955 e 1966, Fig. 2) ne costituisce un exemplum di straordinaria importanza. 
La forma del piano è caratterizzata dal dilatarsi del campo dell’analisi e dei documenti conoscitivi (dagli aspetti storici e morfologici a quelli economici e sociali) e da un articolarsi degli strumenti e delle norme, con dettagli nella descrizione planimetrica, nuove forme e scale di rappresentazione, in particolare col ricorso ai piani particolareggiati e di comparto nei centri storici. Si tratta di un’attenzione al patrimonio che si pone al centro del dibattito e dei protagonisti dell’INU, come documenta la partecipazione di prestigiosi esponenti (Astengo, Insolera, Piccinato, Samonà, etc.) ai lavori della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio (1964-1966).

 

QUALITÀ E SERVIZI PER I CITTADINI 

Gli anni ’70 vedono, insieme al passaggio alle Regioni delle competenze urbanistiche, la definitiva usura dei criteri tecnici della Legge del 1942 e la sperimentazione degli standard urbanistici per il verde e i servizi al cittadino introdotti dalla “legge Ponte” (1967). Se il piano, da un lato, si confronta con una nuova fase per il Paese - spostando l’attenzione dalle forme fisiche alla comprensione e al governo dei processi insediativi - dall’altro introduce un primo approccio quantitativo al tema dei servizi urbani e territoriali, che determina al contempo un ripensamento della struttura urbana. Nel caso della Variante per la terraferma veneziana (1973, Fig. 3), la necessità di preservare aree a verde pubblico e attrezzature, consente di riconoscere una trama e un disegno innovativi, attestati specie nelle periferie, come struttura portante di un nuovo sistema di spazi urbani di qualità.

CONNETTERE E QUALIFICARE L’ESISTENTE

Nei due decenni successivi la forma del piano si modifica, sia rinnovando il proprio linguaggio, sia assorbendo al proprio interno nuovi temi come la tutela ambientale che, come nel caso del PRG di Reggio Emilia (Campos Venuti, Oliva e altri, 1999, Fig. 4) diviene componente strutturante del progetto urbanistico. Si adottano nuove tecniche descrittive, si affiancano ai primi schemi strutturali gli album di prefigurazioni di luoghi esemplari, gli abachi e le norme figurate, si definiscono in sostituzione delle “zone” i “sistemi”. È un’articolazione che si amplificherà negli anni ’90 con le leggi sulle autonomie locali, sulla programmazione integrata e la riqualificazione urbana. L’INU accompagna e orienta il confronto su questi temi con puntualità, attraverso Congressi nazionali, dedicati a paesaggio, ambiente e pianificazione (Cagliari, 1987) e ai nuovi strumenti per il governo del territorio (Perugia, 1991).

DUE FORME DI PIANO INTEGRATE: STRATEGIE E PROGETTI

Il superamento definitivo della forma di piano proposto dalla Legge urbanistica 1150/1942 avviene con la proposta avanzata dall’INU, a partire dal XXI Congresso di Bologna (1995), di riformare il processo di pianificazione introducendo un piano urbanistico comunale articolato in più componenti: la componente strutturale-strategica e la componente operativa-regolamentare. In assenza di una nuova legge nazionale per il governo del territorio, questa articolazione ha ampiamente influenzato le riforme, a cavallo degli anni 2000, delle legislazioni regionali. La forma di piano che ne deriva produce piani strutturali la cui dominante spazia tra esempi di maggiore forza delle componenti strategiche, e altri in cui la definizione di figure della trasformazione e reti strutturanti delinea prescrizioni, direttive e indirizzi. A questi strumenti si associa la componente deputata a individuare le aree di prioritario interesse per la trasformazione, come nel caso del PSC di Bologna (2008, Fig. 5): ambiti preferenziali in cui promuovere l’attuazione delle strategie di piano, affidando poi a regolamenti urbanistici e edilizi le trasformazioni diffuse nel restante territorio.

 

 

Approfondimento
RIQUALIFICAZIONE URBANA, TRA PIANI E PROGETTI 

A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, in concomitanza con i fenomeni di dismissione industriale che investono le aree urbane, si apre una nuova stagione urbanistica in cui ai piani di espansione si contrappongono i piani della trasformazione. 
Oltre al progetto dei grandi vuoti urbani - una condizione al contempo problematica e inedita per molte città - emerge la necessità di riconnettere e qualificare porzioni cresciute in maniera discontinua, tramite il riconoscimento di parti morfologicamente definite, l’individuazione di elementi strutturanti, nuove soluzioni per gli spazi aperti e di connessione.
All’interno dell’acceso dibattito sulle modalità di trasformazione della città (con il ruolo fondamentale svolto da Urbanistica) il Congresso INU di Genova (1983) registra un’importante rottura fra gli urbanisti. In molti avvertono l’esigenza di una ridefinizione del centro tematico del piano che tenga conto del “progetto urbano”, portando come riferimenti le esperienze avviate nelle città europee.  In questo quadro, i piani degli anni ‘80 si propongono come alternativa riformista all’autonomia dei progetti urbani e segnano uno scarto evidente rispetto alla produzione del passato e a modelli di pianificazione usurati. Molti piani assumono un carattere sperimentale che ingloba progetti, produce esplorazioni con requisiti morfologici per regolare la qualità diffusa, presenta tavole iconiche per “ricucire” l’esistente affidandosi alla progettazione dello spazio aperto. Il numero 95 della rivista Urbanistica testimonia queste esperienze, con la pubblicazione, fra gli altri, dei PRG di Arezzo, Firenze, Pistoia.
A partire da questi anni, l’apertura verso nuovi temi e il mosaico delle trasformazioni inizia ad essere affrontato sistematicamente anche con lo strumento delle rassegne: dalla prima rassegna di Stresa (1984) fino alla settima, in occasione del XXX Congresso di Riva del Garda (2019), oltre alle rassegne regionali e gli appuntamenti annuali di Urbanpromo.
Gli elementi del dibattito sul rapporto fra piano e progetto, fra urbanistica e architettura, che emergono in quegli anni (e su cui si erano già confrontati importanti esponenti INU come Piccinato, Quaroni, Astengo) permangono nella produzione successiva, fino ad esperienze di riferimento come il PRG di Roma (2000), dove emerge una sostanziale continuità fra il piano e il progetto urbano, come procedura finalizzata a definire progettualmente le previsioni del PRG. Un rapporto che può, nei casi migliori, contribuire alla costruzione di brani urbani e trasformazioni di qualità, ma che deve assorbire e fare proprie le istanze di resilienza, sostenibilità ambientale, sociale ed economico-finanziaria, di cui le città e i territori sono portatori.

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